Dalle istituzioni
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Castel di Guido, sul biodigestore servono trasparenza, dati e confronto pubblico
Maristella Urru
Parlare di sicurezza significa parlare di qualità della vita
L’audizione di ieri in Municipio con il Comitato “Ambiente Futuro” di Castel di Guido ha avuto un valore politico che va oltre i contenuti, pur molto rilevanti, che sono stati portati all’attenzione delle istituzioni. Ha mostrato anzitutto un metodo giusto: quello del confronto pubblico e istituzionale, dentro gli organi democratici del Municipio, in una fase in cui troppo spesso su questioni che riguardano direttamente la vita dei territori si preferiscono interlocuzioni opache, colloqui riservati e passaggi sottratti alla discussione collettiva. Ringraziare il Comitato, dunque, non è una formula di cortesia, ma il riconoscimento di un contributo civico e politico importante.
Dal confronto è emersa una richiesta semplice e difficilmente contestabile: servono chiarimenti puntuali sul progetto del biodigestore. Chiarimenti sul quadro normativo e autorizzativo, sulle caratteristiche strutturali dell’impianto, sugli impatti reali che esso può produrre e, soprattutto, sulla mancanza di uno studio idrogeologico che oggi appare indispensabile per valutare seriamente rischi e conseguenze. Non si tratta di paure irrazionali o di opposizione pregiudiziale, ma della domanda legittima di chi chiede che decisioni così rilevanti siano supportate da dati solidi, verificabili e accessibili.
"Su questioni come questa non servono scorciatoie o rassicurazioni generiche: servono trasparenza, responsabilità politica e rispetto pieno per le comunità."
Questa è prevenzione concreta, non retorica
C’è poi un punto che non può essere derubricato a preoccupazione secondaria: la fragilità materiale del territorio. Castel di Guido ha già conosciuto mesi di crisi idrica, con disagi pesanti per residenti e famiglie. È allora del tutto ragionevole che chi vive in questo quadrante chieda cosa significhi aggiungere nuove pressioni su infrastrutture già in difficoltà e su servizi che non sempre garantiscono standard adeguati. La politica dovrebbe partire esattamente da qui: dal riconoscimento delle vulnerabilità esistenti, non dalla loro rimozione.
Per questo la richiesta di aprire un tavolo tecnico, partecipato e trasparente con il Dipartimento competente e con AMA è non solo condivisibile, ma necessaria. Le decisioni che incidono sulla quotidianità delle persone non possono essere semplicemente comunicate a valle, né tantomeno imposte facendo leva sull’opacità o sulla complessità tecnica. Devono essere spiegate, documentate, discusse alla luce del sole. La partecipazione non è un passaggio accessorio da concedere quando non crea problemi: è la condizione minima per costruire fiducia tra istituzioni e cittadini.
Allo stesso modo, va respinta con chiarezza l’idea che opere di urbanizzazione primaria possano essere presentate come “compensazioni”. I servizi essenziali non sono un premio da offrire in cambio dell’accettazione di un impianto contestato. Acqua, infrastrutture, collegamenti, reti e servizi di base sono diritti che spettano ai territori in quanto tali. Confonderli con una moneta di scambio significa alterare il rapporto tra istituzioni e cittadinanza, e indebolire ulteriormente la credibilità pubblica di scelte già controverse.
Continueremo a seguire questa vicenda nelle sedi istituzionali con serietà, presenza e determinazione. Perché la partecipazione non è un fastidio da gestire, ma il cuore della buona amministrazione. E perché su questioni come questa non servono scorciatoie o rassicurazioni generiche: servono trasparenza, responsabilità politica e rispetto pieno per le comunità che chiedono di essere ascoltate.

Non perdiamocidi vista
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