Territorio

Racconti dal territorio: problemi concreti, esperienze collettive, iniziative pubbliche e percorsi di cambiamento

Il diritto alla città non si aspetta, si reclama

Il diritto alla città non si aspetta, si reclama

Lorenzo Ianiro

Ci sono momenti in cui non basta più denunciare l’abbandono, e diventa necessario attraversarlo, nominarlo, sfidarlo apertamente. La mobilitazione di questa mattina nasce da qui: dalla volontà di reclamare il diritto a vivere in quartieri che non siano segnati dal vuoto, dal degrado e dall’assenza, ma capaci di offrire spazi liberi, sicurezza, cultura, socialità.

Lo abbiamo fatto davanti a luoghi che rendono evidente, quasi fisicamente, quanto questo diritto ci venga negato ogni giorno: spazi pubblici lasciati vuoti, strutture abbandonate, possibilità mai nate o fatte morire prima ancora di esistere. È lì che si misura il fallimento di un modello urbano che sottrae invece di restituire, che desertifica invece di costruire comunità.

"La mobilitazione di questa mattina nasce da qui: dalla volontà di reclamare il diritto a vivere in quartieri che non siano segnati dal vuoto, dal degrado e dall’assenza, ma capaci di offrire spazi liberi, sicurezza, cultura, socialità."

Questa iniziativa si inserisce dentro una mobilitazione più ampia, portata avanti insieme ad altre compagne e altri compagni in diversi quartieri di Roma, dall’Esquilino a Garbatella fino a Cinecittà. È un percorso in cui credo profondamente, perché mette in discussione dalle fondamenta il modo in cui viene gestito lo spazio pubblico nella nostra città.

Ma nei nostri quartieri questa battaglia ha un significato ancora più radicale: qui non parliamo soltanto di inefficienza o incuria, ma di territori troppo spesso depredati dalla mafia e dalla speculazione privata, nell’assenza e talvolta nella connivenza delle istituzioni.

Per questo il diritto alla città non è una formula astratta, ma una linea di conflitto concreta tra chi vuole spazi pubblici vivi e accessibili e chi, invece, continua a svuotarli o a piegarli a interessi estranei al bene comune.

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Oggi ho anche l’onere della rappresentanza, e questo significa avere uno strumento in più per dare voce alla rabbia, ai bisogni e ai sogni di chi mi sta accanto da giorni, da mesi, da anni. Ma la rappresentanza, da sola, non basta se non si lascia attraversare da ciò che si muove nei quartieri reali. E quando intorno si sente solo silenzio, quando le istituzioni non ascoltano, quando i luoghi restano chiusi, svuotati o negati, allora ribellarsi diventa un dovere democratico.

Scuotere il terreno, alzare la voce, rimettere in moto la partecipazione non è un gesto simbolico: è il modo più concreto per affermare che vogliamo tutto, e che non siamo più disposti a chiedere il minimo indispensabile come fosse una concessione. Insieme, ciascuno dalla propria posizione, ma con la stessa ostinazione.

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