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Auditorium Albergotti, un regolamento che chiude invece di aprire

Auditorium Albergotti, un regolamento che chiude invece di aprire

Redazione

Nessun punto di svolta nella gestione dello spazio

Sul regolamento per la gestione dell’Auditorium Albergotti, il giudizio è netto: il tanto annunciato punto di svolta non c’è. Quella che poteva essere l’occasione per costruire uno spazio davvero aperto, vivo e radicato nel territorio si è trasformata nell’ennesima occasione mancata.

La maggioranza ha scelto ancora una volta una strada burocratica e chiusa, rinunciando a mettere al centro la partecipazione e a riconoscere il ruolo delle reti civiche, associative e culturali che animano il Municipio. Il risultato è un impianto che non immagina alcuna forma di gestione condivisa e che tratta uno spazio pubblico come un luogo da amministrare dall’alto, più che da costruire insieme.

"Così si sostituisce la partecipazione vera con una selezione all’ingresso, e si indebolisce fin dall’inizio la possibilità che l’Auditorium diventi un presidio culturale e civico realmente radicato nel territorio."

Un modello già visto, con tutti i suoi limiti

Il regolamento ripropone una logica già sperimentata in altri casi, a partire dall’ex Campari, dove il modello dell’albo e della semplice concessione d’uso ha mostrato limiti evidenti. Iniziative episodiche, assenza di vero protagonismo territoriale, incapacità di generare attorno allo spazio pubblico una comunità stabile e un progetto condiviso.

Anche nel caso di Albergotti, la scelta compiuta sembra andare nella stessa direzione: non una comunità che partecipa e costruisce, ma soggetti che devono chiedere accesso a uno spazio definito e regolato da altri. Così si sostituisce la partecipazione vera con una selezione all’ingresso, e si indebolisce fin dall’inizio la possibilità che l’Auditorium diventi un presidio culturale e civico realmente radicato nel territorio.

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Riaprire uno spazio non basta a restituirlo alla città

L’Auditorium Albergotti avrebbe meritato un regolamento molto diverso: capace di tenere insieme trasparenza, qualità e partecipazione, di valorizzare la rete territoriale e di costruire una gestione fondata su continuità, appartenenza e progettazione comune. Perché restituire davvero uno spazio pubblico alla città non significa soltanto riaprirne le porte fisiche, ma creare le condizioni politiche e democratiche perché venga vissuto, attraversato e costruito dal territorio.

Senza partecipazione, senza corresponsabilità e senza fiducia nelle energie locali, tutto questo non accade. E così quello che poteva diventare un laboratorio di comunità rischia invece di restare uno spazio senz’anima, regolato in modo ordinato sul piano formale ma povero sul piano politico. Un errore che il territorio potrebbe pagare a lungo.

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