Territorio
Racconti dal territorio: problemi concreti, esperienze collettive, iniziative pubbliche e percorsi di cambiamento
La scuola non può diventare un luogo di classificazione
Susanna Loiacono
Siamo di fronte a una scelta sbagliata nel metodo e pericolosa nel principio
La linea che uno Stato democratico non dovrebbe mai oltrepassare è chiara: usare la scuola come strumento per identificare i bambini in base alla loro origine. È per questo che la notizia di una rilevazione specifica sugli studenti palestinesi iscritti nelle scuole di Roma e provincia apre una questione politica e civile che non può essere minimizzata.
Se davvero la richiesta riguarda una sola nazionalità, senza una motivazione pubblica chiara, senza garanzie esplicitate e senza un quadro trasparente che ne giustifichi il senso, allora non siamo di fronte a un semplice adempimento amministrativo. Siamo di fronte a una scelta sbagliata nel metodo e pericolosa nel principio.
"Qualunque altra strada porta altrove. E quel luogo non appartiene alla scuola della Costituzione, ma alla sua negazione. Per questo serve chiarezza immediata, pubblica e inequivocabile: prima che un modulo amministrativo diventi un precedente politico."
I bambini non sono casi da schedare
Perché quando una categoria di minori viene isolata, contata e separata in un elenco, non si sta più facendo solo raccolta di dati: si sta costruendo una gerarchia simbolica, si sta dicendo che alcuni bambini devono essere guardati prima di tutto per la loro appartenenza nazionale.
Ed è proprio qui che si apre il problema più grave. I bambini non sono casi da schedare, non sono etichette da archiviare, non sono oggetti di sorveglianza mascherata da procedura tecnica. Sono persone, e la scuola pubblica dovrebbe essere il luogo in cui la persona viene riconosciuta nella sua dignità, non ridotta alla categoria in cui qualcuno decide di collocarla.

Qualunque altra strada porta altrove
C’è poi un rischio ancora più profondo, ed è quello dell’assuefazione. Tutto comincia con una richiesta presentata come tecnica, limitata, neutrale. Poi ne arriva un’altra, e un’altra ancora, finché ciò che avrebbe dovuto apparire eccezionale diventa normale. È così che si trasforma lentamente la cultura di un’istituzione: non più uno spazio che educa alla convivenza, ma un luogo che insegna a distinguere, separare, diffidare.
Se davvero l’obiettivo fosse educativo - sostegno linguistico, inclusione, tutela - allora si partirebbe dai bisogni reali delle studentesse e degli studenti, con criteri universali, trasparenti e validi per tutti. Qualunque altra strada porta altrove. E quel luogo non appartiene alla scuola della Costituzione, ma alla sua negazione. Per questo serve chiarezza immediata, pubblica e inequivocabile: prima che un modulo amministrativo diventi un precedente politico.

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