Territorio
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Non c’è antimafia senza giustizia sociale
Redazione
Il 23 maggio non è una data qualsiasi
Il 23 maggio non è una data qualsiasi. È il giorno di Capaci, il giorno in cui la mafia colpì Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. È una ferita della storia repubblicana, ma anche uno dei punti da cui il Paese ha imparato a guardare con più chiarezza il volto del potere mafioso: la sua violenza, la sua capacità di infiltrazione, il suo attacco diretto allo Stato, alla democrazia, alla possibilità stessa di vivere liberi dal ricatto.
Ricordare Capaci significa allora molto più che pronunciare dei nomi. Significa custodire una memoria che non può essere neutralizzata, trasformata in retorica o confinata dentro le celebrazioni ufficiali. Significa chiedersi ogni volta cosa voglia dire, oggi, stare dalla parte della legalità. E la risposta non può limitarsi alle parole: passa dalle scelte pubbliche, dalle politiche sociali, dalla capacità delle istituzioni di essere presenti nei luoghi dove le persone vivono, faticano, crescono i propri figli, costruiscono comunità.
Perché l’antimafia non è soltanto repressione del crimine. È anche prevenzione dell’abbandono. È costruzione di legami. È presenza democratica nei territori. È capacità di impedire che le fragilità sociali diventino terreno fertile per il controllo, il ricatto, la paura, la solitudine.
"Un’operazione di marketing fuorviante, più utile alla comunicazione che alla soluzione dei problemi reali. In un’area abitata, la presenza di un impianto da oltre 100mila tonnellate annue solleva questioni troppo serie."
La legalità vive quando torna alle comunità
A Roma Ovest questa riflessione assume oggi un significato ancora più concreto. La confisca definitiva dei beni riconducibili al clan Gambacurta a Montespaccato rappresenta un passaggio importante: un pezzo di territorio viene sottratto al potere criminale, alla rendita illegale, alla logica del dominio mafioso. È un segnale forte, una vittoria dello Stato, della magistratura, delle forze dell’ordine e di tutte le realtà che in questi anni hanno continuato a presidiare il territorio.
Ma la legalità non vive solo nelle sentenze, per quanto fondamentali. Vive nel destino che viene dato a quei beni dopo la confisca. Vive quando ciò che era strumento di potere criminale diventa spazio restituito alle persone. Vive quando un immobile sottratto alle mafie si trasforma in un presidio sociale, in un luogo aperto, in un servizio, in una possibilità concreta per il quartiere.
È qui che l’antimafia incontra la giustizia sociale. Perché un bene confiscato non è davvero restituito se resta chiuso, vuoto, inutilizzato, separato dalla vita della comunità. Diventa pienamente pubblico quando torna a essere attraversato, abitato, riconosciuto. Quando produce diritti, relazioni, cura, opportunità. Quando aiuta un quartiere a sentirsi meno solo.
Montespaccato conosce bene il peso delle ferite sociali e urbane, ma conosce anche la forza delle comunità che resistono. Per questo la confisca dei beni legati al clan Gambacurta non può essere considerata solo un fatto giudiziario. È una domanda politica rivolta alle istituzioni: cosa vogliamo farne di quei luoghi? Come li restituiamo davvero al territorio? Con quali progetti, con quale partecipazione, con quale idea di città?

Da Capaci a Montespaccato, passando per Bastogi
Per questo il corteo da Bastogi a Montespaccato assume un significato ancora più profondo. Non è soltanto una manifestazione territoriale. È una scelta di presenza. È il gesto di una Roma Ovest che non accetta più di essere raccontata come margine, problema, periferia muta. È una comunità che si mette in cammino e dice che casa, sicurezza, dignità, ascolto e servizi non sono concessioni, ma diritti.
Da Bastogi a Montespaccato si tiene insieme una stessa questione democratica: nessun territorio può essere lasciato indietro senza che questo produca conseguenze. Dove lo Stato arretra, crescono abbandono e ricatto. Dove mancano servizi, casa, manutenzione, spazi sociali, lavoro educativo e presenza istituzionale, aumentano la sfiducia e la solitudine. E proprio lì possono inserirsi poteri opachi, reti di dipendenza, interessi criminali, forme di controllo sociale che si alimentano delle fragilità.
Per questo dire che non c’è antimafia senza giustizia sociale non è uno slogan. È una verità politica e civile. Significa sapere che la legalità non si difende solo nei tribunali, ma anche nelle scuole, nelle case popolari, nei parchi, nelle piazze, nei mercati, nei luoghi abbandonati che possono tornare comuni. Significa riconoscere che una città più giusta è anche una città più libera dal ricatto criminale.
Da Capaci a Montespaccato, passando per Bastogi, il filo è chiaro: la memoria diventa viva solo quando si traduce in responsabilità. Oggi camminare significa ricordare, ma anche pretendere risposte. Significa dire che Roma Ovest non vuole più essere lasciata sola. Significa affermare che la democrazia torna a respirare quando le comunità si organizzano, quando i territori alzano la testa, quando i beni sottratti al potere criminale tornano finalmente a essere beni comuni.
Oggi camminiamo per questo. Per memoria. Per giustizia. Per Roma Ovest.

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